New York City Marathon 2018

Una gradita sorpresa è giunta all’apertura della posta elettronica: il resoconto della maratona di New York di Maurizio, da qualche giorno rientrato alla base… Non aggiungo nessuna parola e ve lo ripropongo subito!

Apro il Blog di Dimitri e leggo il titolo “Maurizio Finisher a New York”… con una foto sotto che dice molto (e che tra l’altro non avevo nemmeno mai rivisto). Partirei proprio da qua: esser arrivato al traguardo, pur provando forse più fatica che soddisfazione, è stato qualcosa di estremamente alto e, come ogni maratona, me ne sto rendendo conto ogni giorno che passa. Non posso paragonare lo status che mi sentivo addosso due anni fa dopo la mia miglior maratona di sempre a Venezia in cui mi pareva di volare a due metri da terra; il cammino per arrivare a questa esperienza è stato lungo e non facilissimo.
Innanzitutto l’idea: mi era venuta l’anno scorso dopo un viaggio a Berlino, in cui, con mia moglie, abbiamo miscelato l’idea di visitare New York a quella di correre la maratona… e se aggiungiamo che quest’anno ho compiuto 40 anni, il cerchio si chiude.
Ho avuto fortuna di vincere il pettorale con la formula del sorteggio e avevo ben in mente come prepararmi per ottenere un buon risultato. Ma i piani non sempre vanno mai come li programmi: un periodo pieno di impegni che si sono accavallati alla preparazione e, sopratutto, un’infortunio durante il “lungo” più importante e che poi mi ha tenuto fermo due settimane hanno fatto si che già essere al via fosse una sfida il cui risultato sarebbe stato davvero incerto.
Però New York ha fatto molto: ti accoglie alla grande: tutti col sorriso che ti augurano l’”in bocca al lupo”, che siano passanti o poliziotti, che ti trovi per strada in un museo o alla stazione del metro. Già prendere il traghetto per andare alla partenza (già, proprio come a Ossiach!) provavo un emozione che saliva da dentro. La fase di partenza è stata invece un po’ caotica: tempi troppo ristretti, errata alimentazione (non son riuscito nemmeno a bere un caffè) e il fatto di esser stato letteralmente “buttato nella mischia” hanno innalzato il mio livello di nervosismo.
I primi metri corsi sul ponte di Verrazzano son stati prima una rampona in salita e poi altrettanto in discesa… e son arrivato subito a Brooklin dove la salita si è fatta costante; al quinto Km son riuscito a riequilibrarmi dal mio ritmo forsennato e dalla mia mancanza di “colazione”… per fortuna ci son ristori ogni Km a New York! Si può dire che la mia gara sia cominciata lì… ed era tutto come me lo ero sempre immaginato (o sentito raccontare): gente e tifo ovunque! Ti fischiavano le orecchie da quanto i tifosi urlavano per te! Son stati Km in cui non mi pareva nemmeno fossi io quello che stava correndo: sembravo un’anima che mi guardava dall’esterno. C’è stata una discesa poco prima del decimo Km e , nonostante un’ennesima rampa, fin oltre il quarto di maratona le cose stavano filando lisce, secondo o meglio dei programmi.
Ho iniziato però a odiare Brooklin per i continui saliscendi che presentava: mi stavan distruggendo le gambe: ben tre falsopiani fino alla mezza maratona… ma le cose stavano procedendo regolarmente. Giunto ai Queens, la mia gara era ancora secondo i piani, nonostante un ennesimo falsopiano; ma la prima crisi era dietro l’angolo e si è fatta sentire al Queensboro Bridge: un ponte lunghissimo e massacrante che mi ha costretto a camminare per la prima volta e per un bel tratto di strada. La discesa e l’entrata a Manhattan è stata invece una bella reazione che mi ha dato energia, così come la folla assiepata tra la 59ma strada e la 1st aveneu. Non si può dire che ero una scheggia ma se non altro ho corricchiato per tutta la via che ha portato all’ennesimo ponte in uscita da Manhattan verso il Bronx.
Al rientro a Manatthan (ancora un ponte da oltrepassare mannaggia), ero perso: non riuscivo a ripartire ne tantomeno a capire che tempo stessi facendo (non mi ero portato il Garmin e sui display indicavano il total time che era 80 minuti precedenti la “mia” partenza) ne a sapere a che punto fossi (la distanza era indicata precisamente solo in miglia… i Km eran messi indicativamente, o almeno a me pareva così in quel momento).
Perdere la testa in una maratona è la cosa peggiore; come se non bastasse, di fronte a me si prospettava una rampa che pareva infinita. Le cose erano come sempre due: ritirarsi (mai!) o rimboccarsi le maniche; inutile dire che scelta ho fatto… e mi son rimesso a correre (pianino) praticamente senza smettere fino al traguardo. Lì la folla incitante ha fatto davvero la differenza: giunto all’apice della salita, finalmente sono entrato a Central Park, ho letto il cartello delle 24 miglia ed è iniziata la discesa… non ero messo poi così male!
Contare in miglia mi ha aiutato molto… la distanza si è improvvisamente… raccorciata! Uscito nuovamente sulla 59ma strada, avevo l’appuntamento con Stefy… ero galvanizzato… ormai era fatta! Purtroppo ho avuto una grossa delusione e tristezza nel non vederla… anche questa ci mancava! Poi ho saputo che la sensazione è stata reciproca… nemmeno lei mi ha visto; ero convinto di vedere tutti negli occhi ma c’era davvero tanta tanta gente… non ci siamo trovati ahimè. Manca meno di un miglio ormai… il rientro a Central Park, la salita finale e il traguardo. Stanco morto ma comunque felice… ce l’avevo fatta ancora una volta!
Più fatica che soddisfazione!? Forse… ma la medaglia, i sorrisi della gente come me, la consapevolezza di non esser arrivato in forma (anzi, di non aver avuto nemmeno la certezza di arrivare in fondo o meno), di essermi messo dietro ben 17000 persone… di aver distaccato Gianni Morandi di 50 minuti e… il bacio della Stefy, questa volta ritrovati dove d’accordo a fine gara, mi fan pendere decisamente l’ago verso la soddisfazione e la consapevolezza di aver provato un esperienza davvero incredibile che va al di là del discorso maratona/tempi fine a se stesso. Ah… potete starne certi: ci riproverò il prima possibile! New York… I’ll back soon!

Maurizio

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